giovedì 17 marzo 2016

MINESTRONE; CARNE AL SANGUE SALMONE E PATATE LESSE:

Il 17 marzo del 1938 nasce a Irkutsk, in Russia, Rudol’f Nureyev.
E’ ritenuto da numerosi critici uno tra i più grandi danzatori del XX secolo.
Negli anni ’80 l’artista si recò a Positano per ritirare il premio dedicato a Leonide Massine da poco scomparso. Il geniale coreografo russo nel 1922 aveva acquistato la più grande delle isole dell’arcipelago Li Galli dopo essersene innamorato a prima vista guardandola dalla costa. Sull’isola del Gallo Lungo aveva fatto costruire una splendida villa.
Nureyev aveva case ovunque nel mondo: New York, Londra, Montecarlo, Parigi. Li Galli era, però, qualcosa di diverso. Era l’emozione, l’anima, il sentimento, il ricordo. La pace con se stesso e le ore spensierate con i tanti amici che dal mare raggiungevano la villa salendo per la rampa impervia. Memorabili le feste in compagnia di Mick Jagger e Marianne Faithfull.
Amava il minestrone, la carne al sangue, il salmone e sempre le patate bollite. Gli ricordavano l’infanzia, le ore nel gelo, bambino stretto nel cappotto della mamma o, diventato adolescente, le lunghe attese al Teatro Kirov di Leningrado.

martedì 8 marzo 2016

«Se in un ristorante ti servono 18 piatti, e fra questi nessuno di pasta, tutto il resto è un antipasto» (Alessandro Negrini)

Forse non finirà negli annali delle frasi celebri, ex aequo con gli aforismi di Oscar Wilde, ma di certo ha fatto il giro del web e in qualche modo ha svelato una verità nascosta in fondo al cuore, quello degli italiani certamente: «Se in un ristorante ti servono 18 piatti, e fra questi nessuno di pasta, tutto il resto è un antipasto». Più o meno così Alessandro Negrini, l’eresiarca che a proposito di libertà, si prende quella di servire pasta non scotta, ma stracotta, spalancando la porta dell’errore accidentale e portandolo alle estreme conseguenze, come fa un curioso cronico. Le provocazioni del cuoco di Aimo e Nadia, che divide il posto ai fornelli con Fabio Pisani, in qualche modo sono quelle a fondamento di Identità di Pasta, che quest’anno compie sette anni, ovvero il riconoscimento di un posto sacro occupato dalla pasta non solo nella dieta mediterranea, ma nel patrimonio genetico, nel super-io degli italiani. L’idea, destinata a prevedibile longevità, porta due firme, quelle di Paolo Marchi e di Riccardo Felicetti, eseguita in un settennato di felicità da centinaia di interpreti.

Manifesto del cuoco contemporaneo/ di Massimo Bottura

" (...) La creatività è l’inciampo felice. Nel momento in cui sei padrone della tecnica, hai preso coscienza dei tuoi mezzi, hai sviluppato una capacità critica e, soprattutto, conosci te stesso, allora in quel momento, lungo la strada della creatività, inciampando su una banana troppo matura, assaggiando un pesto di briciole di pane o una cartelletta di limone caduta, in quel momento vedi il mondo con occhi diversi, quelli di un bambino che da sotto il tavolo ruba un tortellino crudo dal tagliere e cattura un lampo nell’oscurità.
In Osteria guardiamo ancora il mondo da sotto il tavolo, come bambini curiosi. La nostra attenzione in cucina guarda a come le idee prendono forma… ispirate dalla cultura e motivate ora più che mai da scelte sociali. (...)

Creare una ricetta nuova è un gesto intellettuale che suppone il coinvolgimento di materie prime, tecnica e memoria. In sintesi comprimiamo tutto ciò in bocconi di cultura masticabili che hanno il sapore delle nostre passioni, utilizzate come veicolo di trasmissione di emozioni.
La libertà di creare è poesia, in una vita piena di obbligazioni dove perdi di vista lo scopo, i punti di riferimento. Il segreto è riuscire a tenere un piccolo spazio aperto per la poesia e potercisi tuffare dentro e realizzare ciò che per i più è inimmaginabile. Rendere visibile l’invisibile.
La velocità di pensiero è ciò che ti permette, dopo l’inciampo, di rialzarti subito, catturando la luce e arrivando puntuale all’appuntamento con la creatività, perché questi treni partono all’alba, sono sempre puntuali e non ti aspettano.
Essere libero di creare è follia. Lester Bangs racconta: «Lou Reed è il mio eroe soprattutto perché combatte le più folli battaglie che un essere umano possa intraprendere. Il che non mi dimostra altro che i limiti della mia immaginazione».
Creatività è liberare quello che hai dentro, senza filtri, senza pudori; è la felicità del gesto, lo scandalo dell’emozione. Come nel jazz è la dissonanza che rende armonica una melodia, la sapienza dell’intervallo, del silenzio. La concentrazione e poi la performance, la corda della chitarra che si rompe e si trasforma in opportunità.
Il cuoco contemporaneo deve vivere libero il momento, per esplorare, per andare in profondità, ma senza dimenticare il passato che è parte della propria cultura e utilizzarlo come strumento per non farsi travolgere.
Non ci si improvvisa grandi cuochi, ma i grandi cuochi improvvisano.


Massimo Bottura


Il ruolo dello chef oggi. Il suo intervento a Identità Golose

07-03-2016


mercoledì 13 gennaio 2016




«Alfred Hitchcock (che perse 48 chili in anno e mezzo) era un carnivoro, uno specialista in roast beef e pudding, un amante di fagioli e patate e un grande bevitore (...)
Per Hitchcock (uomo sia gourmand, che gourmet) - afferma Douchet - mangiare era, in qualche maniera, entrare nel lato criminale delle cose e dei personaggi: di qui l'importanza dei pasti nei suoi film. (...) Hitchcock era - nell'epoca in cui non era ancora considerata una patologia - un bulimico e l'unico motivo per cui il regista riuscì a non farla diventare una grave malattia fu perché nei suoi film reificava il cibo».

lunedì 2 novembre 2015

Vagone ristorante di Roland Barthes


Vagone ristorante

Il prezzo fisso della compagnia Cook procura, non tanto un nutrimento, quanto una filosofia. Il suo principio è una scommessa: il viaggiatore consuma nel cuore del viaggio tutto ciò che, costitutivamente, s’oppone al viaggio stesso. Il primo obiettivo è dunque quello di purificare il pasto da qualsiasi finalità propriamente nutritiva, di mascherare – con un complesso protocollo di attenzioni – la contingenza: quella, molto semplicemente, del mangiare in treno. Qui, ogni limitazione sembra produrre la libertà contraria, qualsiasi gesto è una smentita dei suoi limiti originari. Per esempio, lo spazio ristretto genera un’enorme quantità di biancheria: è tutto uno spreco di tovaglie e tovaglioli (che ricoprono anche i cestini del pane), di innumerevoli posate, come se non mancassero né spazio né il tempo per rimetterli in ordine, per lavarli.

Al di là della profusione, quel che ci viene proposto è il miraggio di una solidità: biancheria inamidata, posate massicce, ogni cosa tende a superare teatralmente il semplice utensile, attestando che ci troviamo ancora in una civiltà del succedaneo (di cui Sombart ha indicato l’origine nel primo capitalismo); mentre, per esempio, nella vita americana la fine dell’oggetto coincide con la sua rapida distruzione, la materialità non deve sopravvivere all’uso (motivo per cui lo si costruisce – croce e delizia – di carta). Nel lusso Cook, al contrario, gli oggetti massicci ci suggeriscono sempre che, nonostante le caratteristiche tipiche del viaggio (singolarità, anonimato), essi sono stati appena presi da un armadio imponente, le cui radici, come nel più profondo delle nostre campagne, si immergono nella terra.

Se per certi versi viene ricreata la dimensione domestica, per altri il tema ne viene eluso, aggirato, a vantaggio del suo sostituto mitico: il ristorante di lusso; distrutto il viaggio, o quanto meno sublimato, nel vagone ristorante non ritroviamo casa nostra, ma una festa, un’“uscita”, una domenica della vita. Le pulizie e la cucina sono prese in carico da uomini d’arte, i cui nomi rispettabili ci vengono rivelati dal menu (il capo squadra Bérard, il cuoco Couty); si presume che consumiamo i prodotti di un artigianato responsabile: tutto deve trionfare sull’anonimato naturale di una semplice fabbrica per mangiare. Ovviamente, anche il menu obbedisce a quella legge della soprannominazione che definisce la cucina di lusso; i piatti hanno nomi tanto più prestigiosi quanto più fuoriescono da posti oscuri, accompagnano periferie, stazioni di smistamento; è il trionfo della libertà sulla necessità: cosa c’è di più glorioso del mangiare filetti di sogliola Bragation traversando Laroche-Migennes? Nel vagone ristorante, nulla è senza nome: la cottura con l’acqua diventa fatalmente alla mugnaia, il saltato cocotte, il passato di fecola crema portoghese. Di più, quella che è funzionalmente una carne con verdure viene parcellizzata enfaticamente in tre nomi diversi, poiché da noi il lusso piccolo-borghese è sempre plurale (nei ristoranti popolari, invece, il piatto concentra il suo nome sulla carne, e le verdure sono semplice “contorno”). Il problema, allora, è di eludere la contingenza: quella del viaggio e quella del nutrimento: lo stile Cook è una varietà del genere barocco, una rappresentazione dell’inutile.

Ma ciò che fa la specialità del vagone ristorante è che questo universo disinteressato – la cui pomposità mira a liquidare pudicamente il banale obiettivo di “mangiare” – è subdolamente minato da quella stessa contingenza che pretendeva di espellere, di modo che il teatro che viviamo è un miscuglio di retorica e di naturalismo, di lusso segnalato e di pianificazione vissuta, di arte e di tecnica: in sintesi, il numero recupera maliziosamente l’individuo. Il viaggiatore è sottomesso al ritmo fatale del consumo, la cui unità è l’ondata; primo segno di un funzionalismo intensivo, tutte le operazioni di servizio vengono scomposte, e nessuna può cominciare se l’altra non è esaurita; il pasto diventa una sequenza di portate discontinue: ingeriamo, attendiamo, come ruminanti nella stalla, nutriti passivamente, in balia di una catena d’imbeccate che guardiani sudati si affrettano a ripartire con cura lungo un nastro trasportatore. Ci sono tredici ondate: gli aperitivi, l’ordinazione delle bevande, l’apertura delle bottiglie, le cinque portate, il pane (il quale, raffermo, plebeo, contrasta pietosamente con i piccoli panini iniziali), il caffè, i liquori, il conto, la cassa. È un processo inflessibile, al punto che l’oziosa scenografia finisce per manifestare quel che pretendeva graziosamente di sublimare: il riempimento metodico degli stomaci. Anche i minimi protocolli interni contribuiscono a restituire a quei bei nomi esotici il loro contenuto piattamente nutritivo: la sogliola Bragation, la gallinella arrosto e l’indivia alla mugnaia vengono ridotti al rango anonimo diporzioni già predisposte: il gesto nobilmente tornito col quale il cameriere estrae ciascuna di esse dagli appositi alloggiamenti – fingendo di scegliere con un profondo colpo di cucchiaio la parte migliore, ma raccattando la prima cosa che gli capita –, questo gesto antologico non riesce a riconvertire la razione in pietanza; e così, nonostante il suo nome festoso, la bombe glacée si manifesta essenzialmente come l’oggetto di un fornitura: si inserisce il coltello, la fetta cade sulla paletta, la paletta si sposta sopra il piatto, lascia cadere il suo contenuto, e poi il ciclo ricomincia secondo le migliori tecniche delle macchine perforatrici e trasportatrici.

Insomma, quel che è sorprendente nel ciclo Cook è la fatica di Sisifo necessaria per ricoprire d’un velo disinteressato l’implacabile materialità del mangiare in viaggio, è quella collusione bizzarra tra la geometricità delle limitazioni (spa­ziali, orarie) e il barocchismo della presentazione. Ma a venir pagato, molto probabilmente, è esattamente lo spettacolo di un simile sforzo: Cook ci fornisce i rudimenti di una dialettica, la prova di una contraddizione nella quale il viaggio è smentito senza cessare d’essere percepito: il pasto si installa all’interno di un movimento, il paesaggio scivola via lungo il vetro immobile, divenendo l’accessorio fugace del protocollo alimentare; attraverso il nutrimento, facciamo parte di un’immobilità importata. Così, ogni volta che l’uomo costruisce i suoi spostamenti, è per fornire loro la sovrastruttura di una casa; ogni volta che si distacca dalla terra, lo fa richiedendo a essa una cauzione: qualsiasi arte del viaggio ha come obiettivo l’illusione dell’immo­bilità: nel panico e nella delizia dello sradicamento, Cook vende lo spettacolo di una stabilità.



Wagon-restaurant, in "Lettres nouvelles", 18 marzo 1959.


Farley Grange e Robert Walker in "L'altro uomo", regia di Alfred Hitchcock, 1951